Sabato, 12 Novembre 2016 07:58

La grande Ultima Cena a 50 anni dall'alluvione di Firenze

Nel novembre di cinquant'anni fa, il fiume Arno allagava il centro di Firenze con una violenza tale da uccidervi 18 persone, inondando Santa Croce, prima sommersa fra le sedi storiche che ospitavano inestimabili codici ed opere d'arte, le cui immagini suscitarono un'onda emozionale ancora viva dovunque. 

Gli interventi che vennero tentati nell'urgenza, per salvare le opere d’arte dalla massa d'acqua e dagli eventuali danni sopraggiunti, intempestivamente conseguenti all'immediatezza della loro coraggiosa ed inevitabile rimozione, prima ancora di ogni appello dell'Unesco per Firenze e Venezia, costituiscono ancora oggi un'esperienza limite, una Carta del restauro che ha avanzato il documento di Venezia del 1964 di fondazione dell'Icomos e che nella stesura critica di Cesare Brandi è tramandata attraverso le generazioni. Sull'invasività delle tecniche estemporanee di pronto intervento e sui metodi e le tecnologie d'indagine ravvicinate da adottare nell'emergenza dell'evento calamitoso, successivo alla catastrofe bellica, il suo bagaglio evenemenziale, anche eroicamente dissuasivo verso l'integrazione dei materiali di restauro di compatibilità relativa, ha inciso nella fruizione, attraverso la semantica di Corrado Maltese e di Alessandro Conti e la chimica della Carta del rischio dell'ICR (ISCR), avvicinando negli ultimi decenni la stessa attenzione del pubblico, non solo colto, all'approccio mnestico e conservativo della mera ricostruzione digitale, icona della consistenza remota dell'opera d'arte.

A seguito dell'esondazione del fiume, gli stessi fiorentini, le organizzazioni di soccorso nazionali ed internazionali, i volontari accorsi ed i giovanissimi 'Angeli del fango', nella cronaca e nelle riprese amatoriali e televisive degli aiuti umanitari, hanno contribuito con spirito di corpo unanime al primo salvataggio, in condizioni indescrivibilmente sovrumane, di una mole impareggiabile di opere d'arte di ogni epoca, recuperando a braccia ciò che restava di intere raccolte soverchiate e travolte dalla melma. Singolarmente trattate nel corso dei successivi decenni, una gran parte di quelle opere è nuovamente esposta al pubblico.

Tra queste spicca l’“Ultima cena”, che era collocata nel Museo dell'Opera di Santa Croce, un grandioso dipinto vasariano (cm.262 x 660) molto discusso filologicamente, devastato soprattutto nella zona inferiore, rimanendo immerso nella tracimazione di una miscela di acqua, fango ed olio da riscaldamento per più di 12 ore, date le sue dimensioni eccezionali, fino al disfacimento ed alla dispersione del colore, nonostante il tentativo rigorosamente esperito di sottrarne mestica e pigmento al processo di sfaldatura. L'umidità assorbita, che aveva provocato nel tempo anche lesioni ad un supporto, in pannelli di pioppo, sottoposto all'indagine spettrografica, ha comportato un recentissimo intervento della Getty Foundation su almeno cinque di essi. In tre anni la 'Cena degli Apostoli' ha riconquistato la complessione visuale originaria sulla frammentarietà dilagata nel quadro. I prossimi decenni di osservazione potranno dire se lo strato di carta velina, incollata alla superficie nel recupero alluvionale per evitare la formazione di muffe e di essudato, abbia costituito una sorta di filmogeno. Il dipinto era stato avvolto da un secondo strato di carta e quindi conservato ad umidità controllata. Il collante utilizzato per fissare la carta, una resina acrilica, nel corso dei decenni era diventato una membrana impermeabile, che solo in questo millennio i restauratori dell'Opificio delle Pietre Dure (OPD) di Firenze, hanno letteralmente rimosso. Recenti indagini sulla Cappella Sistina hanno rivelato un sostrato di filamenti di tessuti dei visitatori convogliato sulle pareti degli affreschi dai termoconvettori di riscaldamento, dimostrando che il processo di formazione, indotto od accidentale di una patina, è l'incognita meno trascurabile nella decisione d'intervenire.

Nel 2010 l’OPD ha ricevuto un finanziamento da Prada e dalla Getty Foundation per preservare anche la puntellatura della struttura lignea e promuoverne l'integrazione delle fessurazioni. La complessità del restauro e della sua stratificazione ha fatto parlare di sé:"Il risultato è sorprendente. E 'andato oltre le mie aspettative. Il nostro successo è dovuto a prodotti e tecnologie innovative, ma soprattutto per la destrezza dei nostri restauratori”, riporta Marco Ciatti dell’Opificio delle Pietre Dure, in una intervista rilasciata da Rossella Lorenzi a 'Discovery News' sull'Ultima Cena.

Negli scorsi 50 anni Firenze ha predisposto numerose misure di monitoraggio delle inondazioni, ma non c'è alcuna garanzia che un'inondazione catastrofica non accada di nuovo. Ecco perché il Museo dell'Opera di Santa Croce l'ha installata su un sistema a verricello. Con la semplice pressione di un tasto, il dipinto sarà sollevato di circa 5 metri in alto, al di fuori di eventuali acque di piena in aumento, ma non di eventuali esalazioni dalla e sulla sua chimica.

(FS)

Fonte: http://www.smithsonianmag.com/smart-news/major-renaissance-painting-restored-50-years-after-it-was-covered-flood-waters-180961028/#4Ix3xAJJqqXd4e8g.99

Ultima modifica il Martedì, 15 Novembre 2016 09:05

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