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Egeo minoico e India in contatto nell'età del bronzo. Le affascinanti scoperte dell'archeoprimatologia sulle scimmie negli affreschi di Thera

Scambi e contatti commerciali e culturali univano l’Egeo e la valle dell’Indo già nell’età del bronzo.  Civiltà minoica e civiltà indiana, due mondi che vengono studiati nelle nostre scuole come separati e distanti e che invece grazie a nuove ricerche interdisciplinari appaiono interconnessi. Oggetto della ricerca pubblicata sul numero 61 (2020) di Primates, le scimmie raffigurate in un affresco di quella che è la Pompei dell’Egeo Akrotiri sull’isola di Thera scoperto alla fine degli anni ’60, suscitò sin dall’ inizio molte domande sugli animali rappresentati mentre sembrano salire i ripidi pendii dell’isola.

Martin Bernal nella sua celebre e controversa Atena Nera portava le scimmie a riprova della profonda e sconosciuta influenza culturale dell’Egitto e dell’Africa sulla cultura greca. Ora lo studio del team composto da ricercatori (Marie Nicole Pareja, Tracie McKinney, Jessica A. Mayhew, Jonna M. Setchell, Stephen D. Nash, Ray Heaton) di varie università statunitensi (Philadelphia, Washington, Stony Brook, Durham) e britanniche (University del South Wales, Pontypridd) giunge a diverse, affascinanti conclusioni.

I dipinti murali dell’Egeo dell’età del Bronzo (3500 -1100 a. C. ), scoperti nelle isole di Creta e di Thera, forniscono notevoli informazioni riguardo la vita quotidiana e commerciale di questa civiltà. Nel dettaglio il sito archeologico di Akrotiri, antica città portuale situata all’estremità sud-occidentale di Thera (attuale Santorini), nel 1628 a.C. fu distrutta e seppellita da un eruzione vulcanica. Dal 1967 grazie all’archeologo Spyridon Marinatos furono avviati una serie di scavi sistematici. Le ceneri vulcaniche hanno restituito in un discreto stato di conservazione gli edifici corredati di affreschi murari.

Nell’edificio Beta, in una delle stanze al primo piano indicata con la sigla Beta 6, sono stati rinvenuti frammenti di un affresco che raffigura otto esemplari di scimmia blu. Le immagini di questi animali nell’arte egea molto spesso non hanno dettagli a sufficienza utili a poter identificare le specie rappresentate. Difatti molti storici dell’arte e archeologi ritengono che la maggior parte di flora e di fauna dell’arte egea venga attribuita al regno della fantasia, in maniera del tutto imprecisa.

La mancanza di attribuzione di specie è stata la linea guida di Marie Nicole Pareya, dell’università di Pennsylvania che ha lavorato in questi anni ai dipinti della stanza Beta 6.  Avvalendosi di un team multidisciplinare composto da alcuni primatologi, un illustratore tassonomico e uno storico dell’arte-archeologo ha elaborato l’ipotesi secondo cui questi affreschi rappresentino una eccezione rispetto alla tendenza artistica generica del tempo.

Questi studi hanno condotto all’identificazione delle specie di scimmie ritratte attraverso precise caratteristiche visive, portando alla luce una più ampia sfera di interazione iconografica e socio religiosa e una “relazione speciale” con la valle del fiume Indo.

Attraverso le analisi primatologiche il team ha esaminato le caratteristiche morfologiche dell’iconografia di scimmie del Medio oriente, della Mesopotamia e dell’Egeo in dipinti murali, arte glittica, spille ornamentali e figurine. E’ emerso che la maggior parte delle scimmie rappresentate nell’arte egea sono possibili varietà o amalgama degli stessi babbuini raffigurati nell’arte egizia come gli hamadryas baboon. Con certezza la postura, i colori, la forma presentano similitudini con gli esemplari raffigurati ad Akrotiri e di primo acchito non mostrano anomalie, non indicando che l’appartenenza alla stessa specie.

Il modello facciale descritto come lemur- ish : occhi gialli, naso da gatto, orecchie rotonde, faccia scura, con una anello bianco di pelliccia, interno cosce e stomaco bianco, confermano che si tratta del così detto Vervet (Chlorocebus). Un tratto in particolare, smentisce la visione egittocentrica: la coda. Difatti i Vervet portano le code all’indietro con una leggera curva verso il basso, mentre le scimmie raffigurate nei dipinti egei portano la coda verso l’alto in una curva a forma di C o S. Le chiare divergenze sul posizionamento della coda hanno indotto gli studiosi ad una nuova attribuzione tassonomica: Hanuman langurs (Semnopithecus) genere di langur originario del Nepal, India settentrionale, Buthan, compresa la valle dell’Indo.

Un altro riguardevole elemento risiede nello scambio di merci: il commercio tra l’Egeo, Mesopotamia e Antico Egitto è accettato e documentato fin dal III millennio a.C.  Queste nuove identificazioni, tuttavia, dimostrano l’evidenza di una più ampia rete commerciale, estesa appunto alla Valle dell’Indo, con un conseguente movimento d’immagini e materiali. Attraverso lo studio di specifici oggetti e dipinti murali nella tarda età del bronzo sono state riscontrate connessioni iconografiche tra l’indo e l’Egeo, con particolare enfasi nella raffigurazione della scimmia.

Inoltre Pareya nel 2017 sostenne che alcuni dettagli visibili negli affreschi della stanza Beta 6 sono la prova evidente che le popolazioni egee avevano osservato direttamente dal vivo la specie di Hanuman langurs. Ciò traspare dalla pedissequa rappresentazione delle scimmie, indicativa di come chi le ha dipinte, anziché copiare le opere d’arte egiziani esistenti, abbia osservato gli animali localmente o più probabilmente lontano dalla propria patria. Ne risultano possibili contatti tra artisti cicladi e creature dal vivo sia nel Vicino Oriente, Mesopotamia e oltre.

L’Egitto non scompare però da queste nell’orizzonte degli affreschi di Beta 6. Pur rientrando il colore dei capelli sia dei babbuini che dei Vervet nella gamma grigia / olivo, solo negli affreschi minoici sono costantemente rappresentati come blu. All’ipotesi che ne fa un'astrazione di colore all'interno della scala dei grigi / verdi, alcuni studiosi hanno affiancato l’amplissimo uso del colore blu da parte degli egiziani in contesti divini e che i minoici potrebbero per l’appunto aver ripreso.

Le prove testuali e iconografiche mostrano come la trasmissione iconografica delle scimmie – in particolare Hanuman langurs- è stata possibile durante un periodo molto più remoto di quanto si pensasse tradizionalmente.  Questo progetto di collaborazione evidenzia, pertanto, i modi in cui gli studi interdisciplinari possano beneficiare molteplici settori aprendo nuove prospettive storiche.

Fonte:  Pubblicata sul numero 61 (2020) di Primates

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