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Gli Etruschi tra archeologia e genetica

Gli Etruschi tra archeologia e genetica

Le origini degli Etruschi e della loro lingua costituisce un tema controverso della ricerca storico-archeologica che risale addirittura ad Ellanico ed Erodoto. Secondo i due storici greci del V sec. a.C. gli Etruschi non sarebbero stati una popolazione italica ma discendenti rispettivamente per Erodoto da Lidi costretti a migrare, sotto la guida del re Tirreno, a causa di una carestia, dall’Asia Minore e per Ellanico dai Pelasgi provenienti dalla Tessaglia, nella Grecia centrale.

Sembra pensarla diversamente tra gli antichi solamente Dionisio di Alicarnasso, qualche secolo più tardi, in età augustea, forse basandosi su fonti etrusche, considerandoli “autoctoni dell’Italia”. Per il fondatore dell’etruscologia Massimo Pallottino quello delle origini non è certamente il problema fondamentale: per lo studioso la civiltà etrusca fu piuttosto un fenomeno il cui processo formativo, da parte di popolazioni legate alla cultura della tarda età del bronzo proto villanoviana, si svolse in situ con i più diversi contributi. Né d’altro canto decenni di ricerca archeologica hanno evidenziato nell’età del bronzo prove di arrivo e di insediamento nella penisola italiana di nuovi gruppi umani provenienti dall’Europa centrale o dall’Oriente.

Un grande clamore mediatico nelle scorse settimane ha accolto con enfasi come studio risolutore della questione una ricerca genomica condotta da un team multidisciplinare di studiosi internazionali, ben 35 ricercatori, coordinati da Cosimo  Posth, del Dipartimento di Archeogenetica dell'Istituto tedesco Max Planck e delle università di Firenze, Tubinga, Jena, Siena, Napoli Federico II, Ferrara e Padova. Gli stessi studiosi paiono d’altronde sottolineare in maniera decisa la definitività della loro ricerca, scrivendo “these data resolve key questions regarding the genetic origins of Etruscan-related groups”. Lo studio  ha esaminato il DNA di 82 individui vissuti nell'Italia centrale e meridionale tra l'800 a.C. e il 1000 d.C. ed è stato pubblicato sulla rivista Science Advances (24 Sep 2021, Vol 7, Issue 39,  DOI: 10.1126/sciadv.abi7673) con il titolo “The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect”.

Le conclusioni? Lo studio conferma per via genetica che gli Etruschi erano di ceppo locale e non migranti dal Vicino Oriente. La loro civiltà, a dire il vero conosciuta più attraverso gli scavi di necropoli che di insediamenti urbani, si sarebbe sviluppata interamente nella penisola italiana senza apporti genici di popolazioni allogene, in rapporto fecondo con le altre popolazioni locali come i Latini ma anche con Fenici e Greci che, attirati soprattutto dalle risorse metallifere, si recavano nelle loro terre. Del tutto assenti tratti genetici riconducibili all’origine anatolica sostenuta nelle fonti storico-letterarie e apparentemente riscontrati da studi precedenti, secondo i quali i DNA mitocondriali toscani odierni (mtDNA) avrebbero dimostrato una relazione con le attuali popolazioni anatoliche e sarebbero quindi prova di una recente origine nel Vicino Oriente degli Etruschi.

l DNA degli antichi Etruschi – che costituivano circa la metà del campione di resti scheletrici esaminati – si è rivelato invece nel nuovo studio strettamente correlato, a partire dall’800 a C. e fino all’inizio dell’era cristiana, a quello di altre popolazioni italiche locali, prima fra tutte i Romani. D’altronde Roma può essere definita alle origini, da più angolazioni, una città etrusca con re etruschi, tra cui quel Macstarna identificato dall’imperatore Claudio, studioso degli Etruschi, in Servio Tullio. Il nuovo studio mostra come il contributo massivo del Vicino Oriente ai moderni abitanti dell'Italia Centrale sarebbe avvenuto molto tempo dopo la fine della civiltà etrusca.

Risultato rilevante del nuovo studio, ma destinato a suscitare discussioni e controversie è poi che una componente del genoma di Etruschi, Latini e Italici deriverebbe da individui provenienti dalla steppa eurasiatica o Yamnaya durante l'età del bronzo. Secondo la recente ricerca gli individui associati alla cultura etrusca porterebbero un'alta percentuale di antenati provenienti dagli Urali e legati alla steppa caucasica, un ceppo indoeuropeo del quale s'ignorano tuttora una o più lingue, ma soprattutto se fossero portatori di tradizione scrittoria. Se la lingua etrusca fosse davvero una lingua relitta precedente le espansioni dell'età del bronzo, allora rappresenterebbe, secondo i suoi autori, uno dei rari esempi di continuità linguistica dominante sul territorio italico nonostante l'ampia discontinuità genetica riscontrata. Il campo è aperto ancora ad un'espansione di pionieri provenienti da Troia, come voleva Virgilio sulla scorta di Erodoto, che avrebbero appreso la scrittura etrusca.

Secondo lo schema ricostruttivo abbracciato dagli autori nell'età del bronzo, tra il 2.800 e il 2.500 a.C., l'Europa conobbe un afflusso di popolazione dalle steppe russe. Queste popolazioni nomadi si sarebbero gradualmente mescolate con quelle locali introducendo e diffondendo in Europa nel Terzo millennio a.C. le prime lingue indoeuropee. È possibile che i Proto-etruschi fossero già una civiltà abbastanza avanzata all'epoca – mentre i Proto-romani erano ancora, o di nuovo antropologicamente parlando, dei primitivi – e quindi sarebbero stati i nuovi arrivati dalle steppe ad assorbire la cultura locale e non viceversa. Terreni ricostruttivi in cui avventurarsi appare pericoloso, avendo il supporto di appena 82 campioni da dodici siti archeologici su un arco temporale di poco più di un millennio e di cui solo una parte, 46. sono stati datati mediante il radiocarbonio e con un diagramma in alcuni casi di pochi secoli. Possiamo credere nell’efficacia dei transetti genetici per ricostruire duemila anni di storia? Certamente sarebbe necessaria un'analisi geografica più ampia del DNA in tutta Italia per corroborare conclusioni di tale portata.

Dopo la commistione dell'età del bronzo, il pool genetico correlato agli Etruschi sarebbe rimasto, secondo i ricercatori, generalmente omogeneo per quasi 800 anni, nonostante la presenza sporadica di individui di probabile origine vicino orientale, nordafricana e centro europea. Il legame genetico tra i Toscani moderni e il Levante sarebbe apparso secondo il nuovo studio solamente negli scheletri dell’Italia Centrale a partire dall'Impero Romano, dal I secolo a.C. in poi. In effetti, un enorme afflusso di persone dal Mediterraneo orientale è risultato evidente anche nella precedente mappatura genetica degli abitanti della stessa Roma, ma non era noto che coinvolgesse le aree rurali fuori dalla capitale. I ricercatori collegano questo fenomeno all'enorme mobilità delle persone che caratterizzava il multietnico Impero Romano – e in particolare al trasferimento di schiavi da province lontane in Italia. Nel tempo, questi schiavi o i loro discendenti avrebbero guadagnato la libertà e si sarebbero mescolati con la popolazione locale.

Durante il primo millennio dell’era cristiana i discendenti degli Etruschi avrebbero subito una serie di importanti trasformazioni genetiche, per effetto di diversi processi migratori, tanto che i toscani odierni mostrerebbero un profilo genetico diverso da quello degli Etruschi storici, con le sole eccezioni di Volterra e del Casentino. Dopo il crollo dell'Impero Romano d'Occidente nel V secolo e l'inizio del Medioevo, i ricercatori hanno cominciato ad isolare componenti genetiche del Nord Europa apparse nell'Italia centrale. Un contributo genetico sostanziale proveniente da antenati dell'Europa settentrionale, probabilmente attraverso la diffusione di tribù germaniche nella penisola italiana come i Longobardi, che, dopo la caduta di Roma, dominarono su gran parte dell'Italia settentrionale e centrale. A seguito di questa commistione finale, il corredo genetico degli Italiani del Centro non sarebbe mutato fino ai giorni nostri. Un rapporto davvero non facile quello tra archeologia e genetica, come dimostra ogni altra ricerca sulle origini di popolazioni e non solo degli Etruschi e che richiede quasi sempre, in ogni iniziativa di questo tipo, ulteriori indagini determinatamente interdisciplinari.

Fonte: Science Advances 


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