Apollo e le Muse

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E’ dello scorso anno la notizia che nella Domus Aurea neroniana e’ stata portata in luce una sala affrescata prima inaccessibile, alla quale si e’ voluto dare il nome di Sala della Sfinge da un dettaglio dei dipinti. L’intero complesso sotterraneo e’ decorato da innumerevoli  esserini poliformi quali centauri, sirene, cavallucci marini, tali da aver meritato nei secoli la definizione generica di grottesche da storici dell’arte e pittori entrati per avventura nel sito celeberrimo di antichità’ romana, che, ad eccezione della Domus Transitoria sul lato occidentale del Colle Oppio, è unanimente datato dopo il 64 d.C. seguendo il filo della narrazione di Svetonio.

Picture1.jpg1 - Giambattista Piranesi, Veduta della Basilica di Massenzio

 

E’ noto che il titolo di Casa di Nerone nelle didascalie dei rilievi di Giambattista Piranesi (fig.1), alla metà del XVIII secolo, fosse esteso, fondandole sull’analisi del passo degli Annali di Tacito relativo alla memoria storica dell’incendio sviluppatosi nel 64 d.C., alle rovine del Palatino e alla spianata della Basilica di Massenzio, che si trova sull’odierna via dei Fori Imperiali e ha il privilegio di essere stata, attraverso i secoli, fuori terra, oltre che di altrettanta maestosità’ imperiale rispetto ai resti sul Colle Oppio. La tecnologia non sempre ha apportato con il suo sviluppo imperioso precisazioni interpretative indiscusse, specialmente se volessimo riconsiderare la localizzazione prevalente sul Monte Oppio del monumento neroniano ancora durante il Cinquecento (Lucio Mauro [pseud. di Giovanni Tracagnota], Le Antichità’ della città’ di Roma, Venezia 1558), ma ha certo aumentato nel corso del tempo le potenzialità’ di archiviazione dei dati e delle osservazioni comparabili e collazionabili tra le disparate discipline e metodi di rilievo, tramandando immagini dei monumenti che oggi potremmo dire ad alta risoluzione. Non e’ perciò possibile muovere polemica agli archeologi, data la rarefazione del pigmento dei dipinti ora emersi, se, per la maggiore definizione dei contorni di un’altra figurina che compare nella Sala della Sfinge, questa avrebbe meritato piuttosto il florilegio di Sala dell'Arpia.

Picture2.jpg2 - Apollo e le Muse, frammento staccato (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, MANN)

 

 

Picture3.jpg3 - Fronte di sarcofago con le Muse (Musei Vaticani, Museo Pio Clementino) 

 

Le spoliazioni subite dalla Domus Aurea attraverso i secoli, analogamente ai palazzi imperiali del Palatino, quasi sempre non consentono il recupero iconografico, anche frammentario, di cicli pittorici. Nel caso di un frammento staccato con Apollo e le Muse (fig.2) del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, vi è invece la possibilità di collazionarlo, iconologicamente parlando, alle cosiddette Nozze Aldobrandini (fig.4) (Musei Vaticani), dal medesimo soggetto: l’Epitalamio ritrovato nel 1606 nei pressi dell’Arco di Gallieno. Ulisse Aldrovandi alla metà’ del Cinquecento, nel capitolo delle Statue delle Antichità della Città di Roma (op. cit.), elencava inoltre con il soggetto delle Muse un rilievo di sarcofago (fig.3) (Musei Vaticani, Museo Pio Clementino), descritto come tale a denotarvi l’armonia, localizzandolo in casa di messer Pietro De Radicibus in Borgo: “Vi si veggono anco tre Muse in pie’ vestite: una di loro tiene in mano un libro; l’altra un instromento musico: la terza una maschera; & ciascuna di loro ha sul capo due penne, con le quali pare, che si accenni, che elleno col canto loro, e de’ Poeti, à quali esse ispirano il verso; fanno volare con molta lode per tutto coloro, che vengono in versi celebrati, o pure perche inalzano su gl’ingegni de’ Poeti. Sono nove le Muse, Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Polimnia, Erato, Tersicore, Urania e Calliope; e si fingono figliole di Giove, e della Memoria; e che abbiano per loro principale stanza il Monte Parnaso, dove è il Tempio d’Apollo, che siede loro nel mezzo.” Il rilievo, in cui la Musa tragica Melpomene regge la clava, era stato rinvenuto nella vigna di messer Pietro a Porta

 

Picture4.jpg4 -  Apollo Musagete, affresco staccato detto le Nozze Aldobrandini (Musei Vaticani) 

Maggiore, presumibilmente nell’area dove nel 1917 sarà stata scoperta la Basilica Sotterranea. Per quanto databili in base allo stile, a paragone, gli affreschi (fig.5) della Sala della Sfinge sono tuttora emblematici ed è sfuggente l’iconologia della decorazione di tipo anche floreale, e della quale e’ forse uno scenario marino dei Carracci (Proteo ed Elena), che arricchisce di fasti ovidiani la volta della Galleria Farnese, a rappresentare un’autentica testimonianza, se non una prova che fossero, più’ che visitati, studiati perfino nel Seicento, al pari degli affreschi dalla Villa di Livia a Prima Porta, nei secoli altrettanto interrata, ma non impenetrabile. E’ il loro enigma a stigmatizzare l’ambiguità della simbologia religiosa imperiale nella dimora sottostante le Terme di Traiano, che ha percosso nei secoli l’immaginario artistico di curiosità’ per ciò’ che piu’ e’ raro e realmente irriproducibile dal vero perché sommerso. Non stupirebbe che i tanti grifi medievali avessero corrotto la memoria esplorata e segreta, non solo dei leoni alati etruschi (come quello sempre nel 2019 ritrovato a Vulci), ma anche dell’indefinibile sfinge di questa sala ora esplorata, quando invece la penetrazione nelle grotte del Colle Oppio era vietata, oltre che rischiosamente eccezionale. Nella suggestione che, dopo millenni di storia, possano ritornare visibili ad un pubblico che non aspiri più che altro a farsi un selfie in presenza del monumento, lo sforzo della soprintendenza del Parco Archeologico del Colosseo appare convincente proprio nell’applicazione di tecnologie conservative e di documentazione consolidate nel tempo che non espongano lo spazio museale a rischi, dati gli elevati costi di manutenzione di tutto il complesso. Non e’ inutile forse far osservare che l’efficienza della curatela apportata alla Domus Aurea negli ultimi decenni spicca nella comunicazione visibile della documentazione ora prodotta, più che adeguata ad un indice di Carta del Rischio, anche se la rilevante scoperta non ha ottenuto, come reso noto dalle agenzie di stampa, il premio International Archaeological Discovery Award, intitolato a ‘Khaled al Asaad’ (Direttore del Museo archeologico di Palmira ucciso dall’ISIS nel 2015), edizione 2020 della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, per il quale ha concorso finalista con un altro sito italiano, quello di Vulci. Può’ ben dirsi anzi foriera di altri futuri interventi, ritrovamenti e classificazioni.

  Picture5.jpg 5 - Affresco con Mostri marini (Sala della Sfinge, Domus Aurea)    

      

Il premio sarà’ consegnato a Paestum il prossimo 20 novembre allo scavo a cura dell’Università di Udine dei rilievi del re Sargon a Faida (fig.6), sito archeologico assiro venuto in luce a pochi chilometri da Duhok, nel Kurdistan iracheno, la cui indubbia efficacia di risultato e’ consistita anche nelle foto aeree del sito scattate da drone, più’ che suggestive, impressionanti.              

Picture6.png6 - Rilievi di Sargon, Faida (Durhok, Iraq)
Tecnologia alla quale andrebbero, per la comunicazione d’immagine, parte dei crediti di assegnazione e che, nella situazione della Sala ipostila romana, sarebbe stato quasi impossibile da realizzare. Con il metodo della campagna di rilevamento e di formazione di una cartografia archeologica, non proprio agli albori nei rilievi di Giambattista Piranesi, che possono dirsi pur sempre, sotto il profilo scientifico, avanguardistici se non esemplari, anche il vasto sito archeologico di Saqqara (1999-2000) in Egitto, sondato a suo tempo da missioni archeologiche italiane, ha raggiunto nuove importanti scoperte in questo 2020, consistenti nel recupero di un’altra tomba interrata o ‘mastaba’, conformata a pozzo, e di una trentina dei suoi sarcofagi più’ intatti, che rivoluzioneranno ancora le tipologie di sepoltura e mummificazione della storia dell’antico Egitto.

Nel quadro del rilancio della simultaneità della comunicazione storico-artistica dal vivo, anche nel campo di approfondimento del recupero non solo dell’Antico, si tiene on-line in questa metà di ottobre l’edizione 2020 del Salone d’arte e di restauro di Firenze, l’International Conference Florence Heri-Tech, realmente tempestiva nell’interazione con un pubblico d’eccellenza tradizionalmente ampio ed ora sperimentalmente avanzato dallo smart joining meeting, prassi del tutto innovativa per una manifestazione che da sempre ha presupposto lo svolgimento in presenza.

Da rimanere a bocca aperta l’evento in mostra a Palazzo Caffarelli “I marmi Torlonia”, curata da Salvatore Settis e da Carlo Gasparri, frutto di decenni di documentazioni e ricerche culminate nella ricostruzione delle vicende collezionistiche di un gruppo consistente di sculture della Fondazione Torlonia, esemplare sia sotto il profilo della restituzione al pubblico di un colpo d’occhio sul Museo Torlonia dell’ultimo Ottocento che dell’approfondimento storico sugli interventi conservativi appropriati a ciascuno dei pezzi ora esposti. Tra di essi compaiono due repliche, dalla raccolta Giustiniani, dell’Afrodite o Venere accovacciata da Doidalsas (fig.7), copie romane dell’originale greco di II secolo.

La mostra è il frutto di una lunga trattativa, svoltasi tra il 2015 e il 2018, del Mibact con il principe Alessandro Torlonia e l’erede Alessandro Poma, che ha consentito a Carlo Gasparri di riaccedere al Fondo delle sculture Torlonia, nel 1976 giacente nell’edificio cosiddetto delle stalle di Parlazzo Corsini alla Lungara a Roma, poi trasformato in edificio residenziale, e di avanzare considerevolmente l’opera permanente di tutela e valorizzazione, allora appena intrapresa, di una collezione consistente di 620 pezzi. La raccolta era il prodotto non solo dell’acquisto e della fusione di gallerie archeologiche romane smembrate, ma anche di ritrovamenti, tra Settecento e Ottocento, nelle tenute Torlonia-Ferri di Roma Vecchia sull’Appia Antica e di Porto a Fiumicino e dello stretto rapporto dei principi con lo studio di restauro e museo di Bartolomeo Cavaceppi, al quale furono in larga parte dovuti le molte integrazioni ed i calchi da sculture famose per la gipsoteca.

Com’è noto l’esemplare più celebre dell’Afrodite accovacciata, tra le decine stimati in numerosi musei del mondo, appartenuta alla collezione Farnese, è nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) (fig.9). La sua presenza nel Palazzo Farnese di Roma sullo scorcio del Seicento è testimoniato dall’affresco dei Carracci di Proteo ed Elena della Galleria Farnese (fig.10), che la ritrae nell’additare Elena in uno scenario marino nel tipo emblematico della Venere premiata da Paride con il pomo del giudizio, raffigurato nell’altro riquadro di Mercurio e Paride della volta, in cui anche è riprodotta la scultura romana Farnese del cane seduto (MANN). L’esemplare Torlonia (fig.8) esposto in mostra e nella fototipia (fig.7) dei Monumenti del Museo Torlonia di Carlo Ludovico Visconti (Roma 1885, tv. 43) ripete la presentazione del tipo della replica da Doidalsas della Farnese (MANN) (fig.9).

      

                                                                                                                                         

 immagine7.png 7 - Venere accovacciata Torlonia (3), (da Carlo Ludovico Visconti, I Monumenti del Museo Torlonia, tv. XLIII)         immagine8.png8 - Venere accovacciata Torlonia (a sinistra)           Immagine9.png9 - Venere accovacciata Farnese (MANN)              immagine10.png 10 - Agostino Carracci, Proteo ed Elena, Galleria Farnese (particolare di Venere)

 

 

 

                                                                                                                                                                                                    

Articolo ideato, sviluppato e pubblicato da Francesca Salvemini di Archeomatica

 

 


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