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Lunedì, 03 Ottobre 2016 12:49

Sito del Ludus di Massenzio sulla Via Appia Antica a Roma

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Cecilia Metella

La sonorità di una tromba era rilevata nell'estensione del parco del Mausoleo di Cecilia Metella sull'Appia antica per la sua eco ripetuta fino a cinque volte dai ruderi del sito, i cui effetti di cassa armonica, da una cava della colata basaltica nelle fondazioni, venivano apprezzati ancora alla metà del Cinquecento. Nel 1547 Eufrosino della Volpaia aveva identificato il campo denominato Capo di Bove con la sua Torre e nel 1548 Lucio Fauno, distinguendo tipologicamente due edifici, un tempio ed un opificio, avrà identificato quest'ultimo con la torre dei 'Metelli'.

La tomba nell'accurata anastilosi di minuto 'Pantheon' ad opera quadrata, e non listata, sarà stata esemplarmente ridotta ad 'Edificio principale della villa di Erode Attico (II secolo d. C.) esistente al III miglio della via Appia' da Luigi Canina, che in una tavola ne aveva reimmaginato il Calcidico, l'atrio a sua volta imposto al Colonnato di S. Pietro da Gian Lorenzo Bernini e la volta pantàlica di fucina. Nei rilievi ricostruttivi del tempo i due edifici differivano in pianta, in cui il romùleo rotondo dell'altro vicino 'pantheòn' recintato, più in basso, presentava un andamento a nicchie.

Romùleo

Sarà Giovanni Antonio Riccy nel 1802 a ripercorrere il sito con una ricerca storico-filologica più discorsiva, individuandovi, nel casale che apparterrà a Giovanni Torlonia, lo Statuario: agli scavi, oltre ai Piranesi, attese Ennio Quirino Visconti e successivamente vi attenderanno Pietro Ercole ed Alessandro e Giuseppe Melchiorri della Società e Accademia di Archeologia. Il primo dei due sacrari dell’area, se una volta ornato di bucrani e dedicato ad Eubea sul fiume Almone, o Ercolaneo, il tumultuoso bacino che, con la Marrana del dio Mercurio, alludeva, nella toponomastica dell’area, alle fatiche di Ercole, sarebbe stato contraddistinto dalla statua di Marforio dal parma marino (probabilmente un'integrazione) di Giove Panario e portatore d'Europa, che la tradizione vorrebbe adagiata per opera di Domiziano nel Foro Boario e nei pressi del Carcere Mamertino.

Sarà stato Rodolfo Lanciani a sintetizzarne l'urbanistica di villa, con relativa convinzione del rifacimento di Massenzio del borgo, tra i cui ruderi, disegnati dagli architetti più celebri del Cinquecento, comprenderà in un complesso il ninfeo, il Circo di Massenzio e l’eròo romùleo. Avrebbero dovuto appartenere allo statuario del tempio rotondo, l'opistodomo a pianta quadrata localizzato dal padiglione adattato a casale, le Cariatidi scavate nel 1765 (in parte ai Musei Vaticani). Il podio con la fronte ad erettèo del 'Triopio' attribuito ad Erode Attico, nell'anastilosi a volta ribassata, incisa da Giovan Battista Piranesi con dedica ad Henry Hope, è ancora apprezzabile in pianta nel Torrione dei Borgia a ridosso, valca propriamente detta della proprietà di Giovanni Torlonia (Figg. 1, 2). 

Tempio di Romolo

Fig. 1 - Padiglione delle Cariatidi, recinto e Tempio di Romolo (Area del Circo di Massenzio sulla Via Appia, Roma, dettaglio da mappa satellitare)

 

Piranesi

Fig.2 – Giovan Battista Piranesi, Prospetto a Cariatidi dell'Eròo annesso al Tempio di Romolo (Area del Circo di Massenzio sulla Via Appia, Roma) 

 

Dio Redicolo

Né sarà stata la velleità scientifica soltanto ad essere sollecitata dal simulacro del dio Redicolo visitato da Festo e da Plinio, ne fosse stato o meno strumento inimmaginabile il Colosso (fg.3) (Testa e mano colossali, bronzo, Musei Capitolini) innalzato al di sopra dei plinti agonali del Circo Appio e nei secoli scorsi una testa compiuta e abbattuta di Alessandro Magno o degli imperatori Nerone, Domiziano, Costanzo II o Costantino stesso, per quanto inaccessibile, più che sensibile e visibile, se spaventosamente manifesto e temuto da invasori e stranieri. Stefano Piale (1820) avrà identificato nell'area il tempio del dio Redicolo, suggestionandolo nell’edicola a paraste in laterizio del cenotafio o mausoleo di Annia Regilla (fg.4), restituito ad acquatinta dal pittore antiquario Carlo Labruzzi tra il 1793 e il 1795 e situato al limite estremo dell’avvallamento della Caffarella, allineato al Tempio di Bacco, consacrato a S. Urbano, ed al cosiddetto Colombario costantiniano.

Colosso

Fig. 3  Testa colossale, bronzo (Musei Capitolini)  

 

AnniaRegilla

Fig. 4 – Cenotafio di Annia Regilla sulla Via Appia, Roma

Del sito del dio Redicolo, psicopompo del ritorno alla vita nella favola del corvo parlante resuscitato, testimoniando il sacerdozio etiope nelle venerazioni funebri, Plinio annotava il ‘costrutto’ a destra nel campo omonimo all’altezza della seconda lapide dell’Appia, il cippo disposto alla tomba di Cecilia Metella: “…e fece bellissime esequie a quest’uccello. Gli ornarono benissimo la bara, che due Etiopi con innanzi il piffero, e corone d’ogni sorte, due miglia fuori della porta, portarono al rogo costruito nella via Appia, a man ritta, nel luogo chiamato Redicolo: tanto la virtù di quell’uccello parve al popolo giusta cagione…” Allo statuario del dio della morte apparente del sole era appartenuta l'iscrizione dell’apoteosi del tredicenne Romolo, figlio di Massenzio, scavata da Antonio Nibby nel 1825 nell'alveo della tenuta di Giovanni Torlonia nella parte lunata o curva del circo. Quell'anno Bartolomeo Borghesi avrà a sua volta dedicato un breve articolo anche alla madre di Romolo Massimilla, traendo nel testo, dagli ‘Excerpta Valesiani’, la memoria di un'origine poco meno che plebea di Massenzio, che invece si considerava senza riserve figlio di Massimiano e ‘pontifex’ a pieno titolo. Era stato argomento degli eruditi il dettaglio della bronzea 'Palla Sansonis': un traguardo della colonna milliaria o termine di obelisco (Musei Capitolini; Rodolfo Lanciani 1907). Tra i reperti e nei rilievi dell'area Luigi Canina, non immemore degli onori funebri tributati a Marco Marcello sull’Appia (chiesa di S. Urbano), nel 1853 avrà a sua volta distinto il tempio rotondo, che definiva con portici arcuati, a livello stratigrafico, dal 'Triopio' di Erode Attico: quel Marcello cui sarebbe spettato il primato di importare a Roma l'ingranaggio del planetario sferico di Archimede e dei suoi denti acuminati.  

 

Abside

Una prefondazione palatina affrescata e camminamento sotterraneo al pulvinare pretoriano nella pista dello stadio di Massenzio ed il nicchione (fg. 5) a lacunari della sommità basilicale, corte celeste del genio militare sopra le nuvole e la polvere dei ludi, designano di sviluppo maestoso l'architettura grandiosa di una fontana, ma di non meno funesto presagio di sfortuna, poiché la prima bassa costruzione ai piedi della collina, che avrebbe ispirato a Giovanni Battista Vignola la villa Farnese di Caprarola, era ritenuta anche un ustrino, bracière crematorio di cui avrebbe parlato perfino Prudenzio (‘Contra Symmacum’, I).

Abside

Fig. 5 -  Abside a lacunari (Area del Circo di Massenzio sulla Via Appia, Roma)

Scaturita dal calcio di Pegaso, era una fonte d'Ippocrène il mausolèo dei Servili (mosaico pavimentale ricostruito, Villa di Capo di Bove; Statue accoppiate di Pan e Olimpio da Palazzo Farnese, MANN). La decorazione della volta ribassata e della parete di una camera della fuga ha risalto in un accurato rilievo di Francesco Piranesi (fg. 6). Lo stridore dei delfini ed il trimbulare dei coccodrilli nelle cisterne, che avrebbe imbizzarrito i cavalli durante gli spettacoli e sbaragliato una centuria, la mano titanica di bronzo in cui sarebbe arsa la fiaccola olimpionica non erano che il tempio dei 'dies reiculi': i giorni implacabili di Crono (o dio 'Consus') e del suo temuto 'Fanum', la simulazione nelle polle d'acqua di un arcobaleno.

AffreschiVoltaPiranesi 

Fig. 6 – Francesco Piranesi – Affreschi della volta e parete della 'Fabrica di delizie del Circo di Caracalla' (Criptoportico, Area del Circo di Massenzio sulla Via Appia, Roma)

Stadio di Massenzio

Lo slancio dei tozzi pennacchi e delle torri dimostrerebbe anche che la volta dell'attiguo Circo (fg. 7), a muratura di anfore a glande cementate, ricoprisse soltanto gli spalti e non voltasse interamente lo stadio. Il mosaico sottostante il torrione pretorio, di fronte al tribunale, raffigurava ancora, nel rilievo di Giovanni Lodovico Bianconi e di Carlo Fea (1789, tv. XVI), Epona con le mule: i ragli avrebbero dato il via alle corse circensi. La lavorazione dell'oro nella finitura della patina delle paste vitree produceva un tonfo assordante simile allo strepito di un fulmine, che ingigantiva il fragore della cascata ed il frastuono di mandria, boato di zoccoli di bufali e cavalli che rimbombava dal pulvinare nella campagna, rimbalzato nel circuito dal crepitio di terremoto del traguardo. Il vello dell’ariete era usato nelle torri industriali prevalentemente per la raffinazione di sabbie aurifere e la separazione dell’oro dal mercurio, arte dei più longevi metalli appropriati all’eroe nell’onore militare e nel valore poetico, meritocrazia del passo di Pirro Ligorio, che fra gli eroi africani aveva eletto Mèmnone, destro auriga ed augusto ammaliatore, rivale di Achille come di Alessandro Magno: “(Libro XLV) ...et tra gli altri [n. d.r.: Aethiopi] Memnone, secondo alcuni, arrivò poco meno di anni dugento, lo quale fu figliolo di Aurora e di Tithone, lo quale dedicò ogni anno, nella sua regia, statua al Sole de li più preciosi metalli, come scrisse Epimenide Gnossio”, quest’ultimo un risvegliato dall'oltretomba di cui aveva narrato Plinio.

CircoMassenzio

Fig.7 - Circo di Massenzio (Area sulla Via Appia, Roma) 

Dal Circo doveva essere provenuta, oltre che dalla tenuta Cenci di Torrenova, anche studiata nei primi decenni dell'Ottocento da Antonio Nibby, parte della pavimentazione di Villa Borghese. La sua policromia smaltata con la tecnica all''acqua regia', connotata dai fantastici nomi della mitologia di eroi scomparsi, vi ha risalto tuttora nelle susseguenti ricomposizioni di Giambattista Della Porta e di Antonio Asprucci. Era stato Francesco Albertini tra le meraviglie di Roma a dirne ‘mutatorio’ (Ridolfino Venuti, cur. Stefano Piale 1824) l’aspetto di villa ‘usibus capax’, e cioè ‘urbana, rustica et fructuaria’, nel riscoprire Columella vi era affabulato piuttosto dalla prospettiva di giardino, che dal ricetto di una sontuosa e celebrativa tutela nell'area ormai da secoli nell'ombra necropolitana. Un film ininterrotto di incisioni, stereoscopie e fotografie tra Settecento ed Ottocento ne renderà indimenticabile l’amenità di parco privato di antichità, come di fiorente zona agricola e di villeggiatura, delimitato dalla villa dei Quintili, il cui ingresso sulla via Appia è testimoniato dall'esedra di un ninfeo, o ancora un 'panthéon'. L'attività estrattiva della cava di argilla, dalla prima cinta muraria all'estensione dei colombari augustei e all'ampliamento cimiteriale paleocristiano, denotava la soggezione censuaria della dataria equestre metropolitana. 

Ludi Redicoli

Ferdinand Gregorovius ha narrato come sulla Porta S. Sebastiano si fossero trincerati i Goti, permettendo alla cavalleria di Flavio Belisario di attraversarla di notte, con il pretesto di scortare il carico del tributo del regno: lungo la strada sul lato opposto al Circo un ipogeo del culto funerario dei Flavi testimonierebbe come lo stratagemma fosse stato per i barbari del generale meno che imbelle. La vastità e consistenza della trascorsa fortuna economica del sito non prescinde dalle allusioni a nomi di schiavi, dei compagni di Spartaco e di Sansone, dei marsigliesi Tuentus, Ursus e Proculus, che avranno in comune nella letteratura, la forza straordinaria e l'eroismo, all’acme araldico della tromba. Le cisterne, i fossi e le catacombe di drenaggio della palude Pontina nella campagna, sotto la Congregazione del Buon Governo delle Strade e delle acque, anche dopo l’avvio nel 1791 della costruzione della Via Appia Nuova, usate come ricoveri da cacciatori e pescatori d'acqua dolce e celle voltate di stoccaggio, erano state una rete protettiva di questo ingresso tra le porte di Roma dai cinque porti romani, che, perennemente insabbiati da Terracina a Porto, avevano reso vistosamente indifesi e scoperti alla pirateria i convogli sull'Appia e l'Ostiense carichi di anfore. Nel 626 d. C. sembra non trovasse ostacoli l’invasione dei Saraceni ed il furto delle porte lateranensi, che la tradizione voleva fuse in argento od allume ed i suoi battenti assordanti come i rintocchi di una campana. Non più che una diceria il fatto che in questo colosseo venisse celebrata la vittoria sarmatica di Ponte Milvio nei Ludi Ridicoli del 312 d. C. e fosse perpetrata la decimazione della legione imperiale dacica con la 'damnatio memoriae' di Massenzio, in prossimità della 'phatné', la greppia dei cavalli nell’oblìo del 'Fanum', tra le celle paleocristiane dell'evocazione domizianea e della persuasione dei martiri.

 

 

Statuario 

Fig. 8 – Statuario delle Terme Egerie (Area di Massenzio sulla Via Appia, Roma)

 

 

Terme Egerie

Allo 'Speculum salutis', lo statuario grottesco delle Terme Egerie (fig.8) (Luigi Canina, Architettura antica, tav. LXXIV: 'Spelunga di Egeria'), dove giaceva il pilo delle ossa di Lesbia, ma, più che ad ogni altro suo sacello, pertinenti all'ideologia del santuario delle pratiche di inumazione perenne nel Borgo abitato di Annia Regilla, consorte di Erode Attico, culminante l'altura del Circo di Massenzio, sarebbero i sarcofaghi Farnese (Urne strigilate di Cecilia Metella, Palazzo Farnese). La scultura dell'Abbondanza, un coperchio sepolcrale con statua triopica distesa (monogrammata 'G.P.M.'), carica di messi, replica dai ritrovamenti antiquari di Giacomo della Porta della 'Mutatio rerum' connessa al monumento di Paolo III Farnese (Venuti cit. 1824), forse del cospicuo gruppo di reperti, tra i quali mosaici strappati per esservi depredati senza fortuna da 'stranieri', ricordato nella villa da Flaminio Vacca. Una delle due urne strigilate avrebbe trovato spazio in un ambiente (fg.5) del macchinoso opificio 'sectile' dei Servili nella fuga del criptoportico, scavato dai Piranesi, che del mantice organario doveva simulare il timpano e dove, in una nicchia pavimentata, era forse collocato un mascherone (fontana di Via Giulia). Le proporzioni del primo livello del tempio della felicità del Tevere delle Terme, che lo scavo sul pendìo sopra al Circo di Massenzio, a partire dal 1778, permise ai Piranesi (è Francesco a firmarlo a stampatello in uno degli ambienti affrescati ritrovati) di designare come 'Volta e pareti delle Cammere della fabrica di delizie attigua al Circo di Caracalla' (fg.5), in prossimità del Circo e dell'Erettèo, che intersecava il tempio rotondo, non dovevano sopravanzare nella prospettiva dell'altura l'edificio della proscinesi monumentale oggi più inattendibile in pianta: il labirinto palatino ed il nicchione sovrastanti. L'acanto raffigurato alla radice nella cornice degli affreschi testimonierebbe Pandora e la provenienza della dedica a Valerio Romolo dove sorgeva l'astro di Sirio.  

paesaggio

Fig. 9 – Jan Van Scorel, Proscinesi di Massenzio, Walters Art Gallery, Baltimore

Massenzio

La ‘legenda’ del clamore dei navali romani e della morte di Massenzio nel Tevere sarebbe nel dipinto della 'Proscinesi di Massenzio' di Jan Van Scorel, pervenuto a Baltimora (fig.9). Panorama in cui le statue del Tevere e del Nilo di marmo bigio morato (Ennio Quirino Visconti 1819) appaiono trascinate, per esservi portate in Vaticano, dalle falde del Quirinale (Pietro Paolo Montagnani-Mirabili 1820, Casa dei Corneli) sull'ansa del fiume dominata dalla Piazza del Popolo ai piedi del Mausoleo.

Nel quadro sono distanziati il Monte Gianicolo e la Porta S. Paolo sulla risalita fluviale verso la grandiosa meta di un colosso bronzeo nella prospettiva della Piramide Cestia, nel decennio successivo 'contentio loci' della maestosa laguna tiberina del mappamondo di Pirro Ligorio. L’idioma topografico dell’agostiniana ‘Città di Dio’ (Cesare Benvenuti ed.1743), nel vaticinio costantiniano ‘…Sed fine aliquo daemonum templo simulacroque’, sincronizzava la diaspora, nella Roma del maestro olandese vista dal Belvedere di papa Adriano VI (1524), ad un classico della letteratura palatina: il Codice di Magonza degli scrittori panegiristi desunti dall’umanista Giovanni Aurispa e del motto ‘Deus sol invicto’, conio dell’immagine imperiale. Sarà stato l’umanista Flavio Biondo a dissuadere gli archeologi del Cinquecento sulla provenienza grottesca del monolite di purezza adamantina più della rugiada, donato da Demetrio Poliorceto ai Rodiani e venduto ad un mercante di Edessa, dalle cronache del IX secolo: ‘…in questo tempo che fu del cinquecentesimo anno de la declinazione d’Oriente, partirono i Saraceni con un’armata di Alessandria e vennero a Rodo, e piglioronla, e disfecero quel così famoso colosso di bronzo, che v’haveva, e dal quale tolse la prima città de l’isola il nome, e caricaronne di questo bronzo 900. Cammelli.’ (Le Historie del Biondo, Lucio Fauno caiet. gloss., Venezia 1547). Giorgio Agricola (pseud.), tra i pozzi paleocristiani che a suo dire avrebbero un tempo prodotto le vene di estrazione della stella detta di Costantino, il rodio sfolgorante giorno e notte allo sfavillio delle fiaccole, aveva enumerato il pozzo di Matera, miniera di bitume di Giacinto, forse il più grande del Mediterraneo. Anche al culmine di un'altra celebre cava di pozzolana sulla via Appia, nei pozzi e nelle vasche lastricate del Circo di Massenzio, il bronzeo Sirio sarebbe tornato a specchiarsi.

 

Letto 1584 volte Ultima modifica il Mercoledì, 05 Ottobre 2016 07:25
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