Il carro di Pompei

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Interpretazioni, più o meno recenti, delle fonti storiche sull’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. hanno reso l’idea che il fenomeno vulcanico avesse avuto una durata di almeno un mese dall’avvistamento per tre giorni della prima nube tossica alla fine di agosto - secondo quanto riportato da Plinio il Giovane in una lettera a Tacito (Epistulae, VI, 16, 20) sulle circostanze della morte di Plinio il Vecchio, avvenuta quando era comandante della flotta stanziata a Capo Miseno - alle deflagrazioni che travolsero del tutto le città di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis. 

Da altri dati documentali raccolti, quei giorni, ad intermittenza, si sarebbero protratti anche oltre l’equinozio d’autunno, durante i quali la popolazione, forse in parte sopravvissuta alla morte per soffocamento, non aveva più avuto scampo dall’inesorabile colata lavica, fluente da più parti, e neanche dal maremoto, trovandovi sicura morte anche chi, nel frattempo, dovunque avesse tentato di soccorrerla.

Il ritrovamento, appena annunciato, di un carro allestito negli scavi di Civita Giuliana, intrapresi dal 1908 sui terreni di Giovanni Imperiale di Francavilla - a meno di un chilometro da Pompei - gettano nuova, drammatica, luce sull’ecatombe seguita all’eruzione più’ violenta della storia che si sia abbattuta nel territorio italico.

Era stato Cicerone, il quale possedeva una villa sul Lago Lucrino, nei Campi Flegrei, a parlare nel De natura deorum del culto romano del dio Ade, Plutone, e di Proserpina rapita, come Virgilio aveva narrato la discesa agli Inferi di Enea al Lago d’Averno e allo Stige. Due fonti, entrambe più’ che eloquenti, di quale potesse essere il culto, vivo soprattutto nella regione, ora testimoniato dall’integro carro - scoperto completamente grazie alla tecnica del microscavo, intatto così’ com’era attrezzato, accanto ai resti mummificati dai lapilli dei suoi destrieri, uno dei quali bardato da tiro - per il cerimoniale evocativo della divinità più che mai implorata nel dilagante cataclisma della tempesta di fuoco.

La planimetria di villa suburbana, emersa nel 1955 dai setti murari del sito di Civita Giuliana, conformata da cinque ambienti ed un peristilio a tetto ligneo tegolato, ha escluso finora ogni ipotesi, a livello del ritrovamento, di una preesistenza di un tempio dedicato a Proserpina o a Cerere, suggerendo, piuttosto, da un mitreo nella casa, la stazione obbligata in cui la ‘pietas’ del passaggio all’oltretomba fosse invocata da una piccola comunità di devoti, intenti ad onorare una spoglia: due dei quali rinvenuti cadaveri in una stanza dello stesso sbancamento e per le cui salme e’ stato eseguito il processo conservativo del calco in gesso secondo le istruzioni di governo degli scavi date da Giuseppe Fiorelli (Giuseppe Fiorelli, Giornale degli scavi di Pompei, Napoli 1861, p.73): “Faranno gli Architetti i disegni e le piante degli edifici scoverti, e cureranno che sieno prese da artefici del luogo le impronte in gesso delle antiche coverture, delle opere di legno distrutte dal tempo, dei cavi de’ corpi, e di altre simili impressioni fuggevoli rimaste nella terra, facendone esatta descrizione, ed indicando di ciascuna cosa la forma, la giacitura, le dimensioni, e qualunque altra notizia giudicassero necessaria per lo studio de’ monumenti.”

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La tipologia di ‘carrus’ (pilentum) a cassa leggera curvilinea sul retro, con un auriga in piedi o seduto a cassetta e quattro ruote uguali, ma senza copertura è così’ apparsa diffusa, per usi familiari differenti, non solo a Stabia nella Villa Arianna, ma anche a Pompei. L’iconografia delle scene nelle placchette in rame sbalzato (stagnato dall’immane calore) della fascia decorativa bronzea del veicolo, che, in più’ di un amplesso, illustrano ciclicamente il rapimento ed il ritorno sulla Terra e nell’Ade di Proserpina, e della sua cassa, ancora sparsamente circondata da numerosi piccoli tondi con Amorini, rivelano in parte un rituale di sacralità’ funebre nel cocchio delle messi autunnali immortalato.

Se non vogliano alludere senz’altro, durante la contingenza più o meno duratura del disastro, al cerimoniale interrotto di una flagrante evocazione dal suo declino del carro del dio Apollo portato da Fetonte, infinitamente rievocato dalle arti rovesciarsi nell’inferno di una nube nell’immaginario dei secoli successivi: la Quadriga da corsa del Sole, che, guidata in piedi dall’Aurora e fregiata di girali d’acanto, ai suoi piedi Titone e volteggiante Lucifero, e’ raffigurata di profilo nell’omonimo medaglione sul fianco Est dell’Arco di Costantino, soprastante l’altorilievo con l’Entrata a Roma dell’imperatore, mentre sul lato opposto vi è il medaglione con il Carro della Luna, condotto dalla dea Diana: immagini che, altrimenti, scoprirebbero nell’incomparabile reperto di vettura pompeiana una triga agli Inferi romana del culto dei morti realmente in cammino in cerca di stelle, di una profezia o di un prodigio sibillino.

Dal punto di vista strutturale, il carro è costituito da alte ruote in ferro, connesse tra loro da un sistema meccanico di avanzata tecnologia. Il leggero cassone (0.90 x 1.40 m) è la parte principale del carro, su cui era la seduta, contornata da braccioli e schienale metallici, per uno o due individui. I lati lunghi sono composti da pannelli lignei dipinti in rosso e in nero alternati a lamine bronzee intagliate. Le analisi archeobotaniche hanno mostrato che si trattava di legno di faggio, adatto a questo tipo di decorazione. Esemplari del genere, sono rari. 

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Particolare del Carro di Civita Giuliana. Crediti: Luigi Spina.

Difatti il pilentum di Villa Giulia differisce notevolmente dalla così detta Tensa Capitolina (Collezione Castellani - Musei Capitolini), un carro da parata, di foggia speciale, adibito molto probabilmente al trasporto di divinità statuarie, numerose lamine in bronzo decorate a sbalzo, con episodi della vita di Achille, dall’infanzia (con scene del bagno nello Stige, dell’educazione di Chirone, della permanenza a Sciro), all’età adulta (episodi del ciclo troiano). Ugualmente, il modellino bronzeo che rappresenta Cibele in trono su un piccolo carro tirato da leoni del Metropolitan Museum di New York se ne discosta. L’unico esemplare conosciuto che potrebbe avere degli elementi in comune con il carro di Villa Giulia, privo però delle decorazioni, fu trovato quindici anni fa nella Grecia Settentrionale (antica Tracia), vicino alla Bulgaria, all’interno di una tomba con quattro sepolture insieme ad altri quattro carri. Si attende uno studio comparato, già intrapreso. Difficile ricostruirne l’aspetto e l’utilizzo, date le scarse rappresentazioni iconografiche giunte a noi. Ma molte sono le fonti che lo citano. Servio Mario Onorato, grammatico latino (metà secondo secolo d.C.), autore del Commentarius in Vergelii Aeneidos libros, cita i pilentis matres in mollibus. Il passo di Servio conferma l’utilizzo del pilentum per le cerimonie religiose: "(subveithur) specialmente: le matrone erano trasportate su pilenti per andare ai templi" (Commentarius in Vergilii Aeneidos libros 11, 478). Anche Sesto Pompeo Festo, grammatico latino (metà del secondo secolo d.C) autore del De verborum significatu, una sorta di proto-dizionario enciclopedico - un manoscritto dell’undicesimo secolo ha trasmesso metà del testo originale, l’altra parte è giunta in forma epitomata e modificata attraverso l’opera di Paolo Diacono, monaco longobardo dell’ottavo secolo -  cita il medesimo carro: "Fu concesso alle matrone di essere trasportate per Roma su pilenti e carpenti (pilentis et carpentis) perché avevano contribuito nel dare l’oro che non era stato procurato da Camillo, il quale lo aveva promesso in voto ad Apollo Delfico" (De verborum significatu, De Ponor p.316). Il pilentum, inoltre, viene citato da Prudenzio che lo definisce molle pilentum: un veicolo destinato alle Vestali (sacerdotesse di Roma). Alle medesime erano riservati particolare rispetto e devozione, seggi d’onore nei teatri, nei circhi e negli anfiteatri. Due i generi di carri utilizzati: il carro ufficiale, denominato plostrum o currus arcauatus e la carrozza quotidiana, molle pilentum. Si apprende anche da Claudiano che i pilenta potevano essere dipinti in azzurro o in rosso, come nel caso del reperto in oggetto.


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Il carro pompeiano, raffinato, ricercato, è emerso dal suolo con incredibile completezza con tracce di cuscini, funi e le impronte di due spighe poggiate sul sedile. Gli archeologi e restauratori sono intervenuti con estrema meticolosità data la fragilità del carro. In specie, hanno effettuato un microscavo e la colatura di gesso nelle cavità lasciate dal materiale organico. Ciò ha permesso l’identificazione di alcune parti del veicolo come il panchetto e il timone con impronte di funi e cordami. Tecnicamente lo scavo ha raggiunto sei metri di profondità rispetto al piano stradale. Il pregiato ritrovamento riposava in un ambiente del pari eccezionale: un portico a due piani aperto su una corte scoperta che conservava in tutta la sua completezza il solaio ligneo con ancora l’ordito delle travi. Analisi archeobotaniche del legno, hanno confermato come il solaio fosse stato realizzato in legno di quercia decidua (Quercus sp. – cfr. robur – farnia), un legno frequentemente utilizzato in età romana per realizzare elementi strutturali.  Al termine del microscavo in situ, i vari elementi del carro sono stati trasportati in laboratorio per effettuare la rimozione del materiale vulcanico che ancora ingloba alcuni elementi metallici e intraprendere i lavori di restauro e ricostruzione del carro. Il lavoro successivamente è stato sistematicamente comprovato mediante accurata documentazione fotografica e tramite rilievo con laser scanner. Pompei continua a strabiliare. Per gli archeologi è l’arte che entra nelle mani, per gli studiosi una scoperta che rivoluziona la storia.


CS-CARRO-di-Civita-Giuliana6.jpgRilievo laser scanner del sito di ritrovamento a Civita Giuliana

Fonte: deipnosofista pilentum 

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